Posts Tagged ‘persecuzioni’

Intervista radio: la situazione dei baha’i in Iran

19 agosto, 2009

logo-eco-radioL’intervista di Monica Mastroianni, giornalista di Ecoradio, una radio romana nata nel 2004 «con il fine di realizzare un network dedicato ai valori universali dell’ambiente, della pace, della qualità del vivere, dei diritti umani e civili interconnessi a quelli di tutti gli esseri viventi».

Sarà trasmessa sabato 22 agosto 2009 alle ore 19-20 e replicata domenica 23 agosto alla stesa ora e sara disponibile on-line.

L’intervista, che fa parte di un programma dedicato ad Amnesty International, intende chiarire la situazione dei bahá’í in Persia in questi giorni e in particolare la vicenda dei sette Amici in Iran.

Quotidianamente Ecoradio diffonde programmi radiofonici d’impegno, cultura, informazione ed intrattenimento, stimolando analisi e consapevolezza delle crescenti minacce che gravano sul Pianeta Terra ma anche delle straordinarie opportunità che l’uomo può guadagnarsi scegliendo modelli di produzione e consumo eco-sostenibili, in altri termini adottando uno stile di vita etico

comunicato stampa: Teheran, 18 agosto, ore 9 del mattino: il processo dei sette prigionieri bahá’í

16 agosto, 2009
La notizia si è ormai diffusa nel mondo. È stata inizialmente diramata il 12 agosto dal Baha’i World News Service < http://news.bahai.org/story/725 >, poi il 13 agosto dal CNN < http://edition.cnn.com/2009/WORLD/meast/08/13/iran.bahai.trial.pending/ >, e infine il 15 agosto dal Reuters (India) < http://in.reuters.com/article/worldNews/idINIndia-41776820090815 >. Il processo dei sette prigionieri bahá’í, trattenuti da oltre un anno nella famigerata prigione Evin di Teheran, dovrebbe essere celebrato martedì 18 agosto alle 9 del mattino dalla sezione 28 della Corte rivoluzionaria di Teheran, la stessa che lo scorso maggio ha processato la giornalista iraniano-americana Roxana Saberi. La notificazione ufficiale delle autorità, datata 15 luglio, è stata ufficialmente recapitata all’avvocato Abdolfattah Soltani, uno dei legali dei sette prigionieri. L’avvocato Soltani, noto esperto in diritti umani e membro fondatore del Centro dei difensori dei diritti umani di Teheran, fondato dal premio Nobel Shirin Ebadi, si trova anche lui in carcere Evin di Teheran dal 16 giugno u.s. La signora Ebadi, un altro dei difensori dei sette prigionieri, si trova all’estero. La difesa sarà assunta da un altro legale del Centro per i diritti umani, la signora Mahnaz Parakand.
La notificazione della data del processo a un avvocato lui stesso detenuto, mentre un altro difensore, la signora Ebadi, si trova all’estero fa capire che le autorità iraniane, che già non hanno mai consentito ai prigionieri di incontrare i loro difensori, non hanno alcuna intenzione di rispettare i criteri internazionali di un giusto processo, come non li stanno rispettando nei numerosi processi celebrati in queste settimane contro dissidenti arrestati dopo le recenti elezioni presidenziali in Iran. In molti casi i processati sono stati torturati e le loro confessioni estorte con la tortura sono state usate per condannarli in processi, che sono stati quasi sempre una farsa.
I sette prigionieri bahá’í che dovrebbero essere processati martedì prossimo sono la signora Fariba Kamalabadi, il signor Jamaloddin Khanjani, il signor Afif Naeimi, il signor Saeid Rezaie, la signora Mahvash Sabet, il signor Behrouz Tavakkoli e il signor Vahid Tizfahm (nella foto: I sette «dirigenti» bahá’í con i consorti, prima dell’arresto). Sei di loro sono stati arrestati il 14 maggio 2008 nelle loro case a Teheran. Solo la signora Sabet è stata arrestata il 5 marzo 2008 mentre si trovava a Mashhad. Essi sono i membri di un gruppo ad hoc noto come Yárán (Amici in Iran), che era stato nominato dopo che, nel 1983, tutte le istituzioni bahá’í si erano sciolte in segno di buona volontà quando il procuratore generale le aveva, ingiustamente, messe al bando. Il gruppo serviva a gestire le necessità spirituali e amministrative minime della comunità. È stato fondato informandone le autorità e ha sempre mantenuto con loro un rapporto chiaro e aperto. Le autorità erano anche informate dei rapporti fra gli Amici in Iran e il Centro Mondiale Bahá’í a Haifa. Anche questo gruppo si è sciolto, in segno di buona volontà verso il governo della Repubblica Islamica dell’Iran, non appena il procuratore generale dell’Iran l’ha messo al bando nel febbraio 2009.
Le iniquità commesse contro i sette prigionieri bahá’í sono numerose. I sette sono stati trattenuti senza accuse formali e senza la possibilità di mettersi in contatto con i loro legali nella prigione Evin di Teheran. L’11 febbraio 2009 la nota agenzia di stampa degli studenti iraniani ISNA ha annunciato che il vice pubblico ministero di Teheran, Hassan Haddad, aveva dichiarato che i sette prigionieri erano stati imputati di «spionaggio a favore di Israele, insulti contro la santità della religione e propaganda contro la repubblica Islamica» e che il caso sarebbe stato sottoposto la settimana successiva alla Corte rivoluzionaria. Sebbene l’istruttoria contro di loro si sia conclusa da diversi mesi, i sette bahá’í sono stati trattenuti in carcere. Sono state esercitate pressioni su di loro perché scegliessero altri avvocati difensori. Non è stato accettato il pagamento di una cauzione per permettere loro di ritornare in libertà, mentre attendevano il processo, secondo quanto prevede la Costituzione del Paese. Anzi, le restrizioni nei loro confronti sono aumentate. I cinque uomini sono stati trattenuti in una cella di dieci metri quadri, priva di letti. Le visite dei familiari, già molto brevi, sono state consentite solo attraverso una parete di vetro e con l’uso di un citofono.
In Iran le persecuzioni contro i seguaci della Fede bahá’í hanno precedenti storici di antica data. Questa Fede è stata immediatamente perseguitata, subito dopo i suoi inizi nel 1844. Una delle più feroci repressioni si scatenò proprio alla metà di agosto del 1852, in seguito a un fallito attentato contro lo Scià avvenuto il 15 agosto 1852 e ingiustamente attribuito a un complotto di seguaci di quella Fede. In quei giorni, che Ernest Renan definì «senza pari nella storia del mondo», furono trucidate fra le dieci e le trenta mila persone. Le persecuzioni sono perdurate con alterne vicende per tutti questi anni, aggravandosi alquanto dopo la Rivoluzione islamica in Iran. I bahá’í sono accusati di essere agenti dello stato di Israele in Iran. Quest’accusa, che incominciò a circolare nel Paese negli anni ’30, trae origine dal fatto che il Centro spirituale e amministrativo di questa Fede si trova in Terra Santa, senza tener contro del fatto che la ragione per cui quel Centro si trova in Terra Santa è perché le autorità musulmane stesse hanno esiliato in quella terra il suo Fondatore, Bahá’u’lláh, nel 1868, quando lo stato di Israele non era ancora nato. I bahá’í sono accusati di offendere la santità della religione. Ma chiunque legga i loro Scritti, vedrà che il Corano, Muhammad e i più santi personaggi dell’Islam, come ‘Alí, cugino e genero del Profeta, sono rispettati e venerati. I bahá’í sono accusati di essere nemici della Repubblica Islamica. Ma chiunque conosca la Fede bahá’í sa che uno dei principiali insegnamenti cui i bahá’í sono tenuti a conformarsi è l’astensione da qualsiasi attività politica di parte. Inoltre il volontario scioglimento delle Istituzioni bahá’í nel 1983 e poi del gruppo degli Amici in Iran nel 2009, non appena il procuratore generale dell’Iran li ha messi al bando, e l’ottimo comportamento di tutti i bahá’í del Paese nei confronti del loro governano dimostrano l’infondatezza di questa accusa. Un’ulteriore gravissima accusa che è stata ventilata contro questi sette credenti è quella di «diffondere corruzione sulla terra», in persiano «Mofsede fel-Arz», un’accusa che secondo il codice penale della Repubblica Islamica dell’Iran può comportare la pena di morte. Ma anche in questo caso non si vede come credenti di una Fede che richiede ai suoi seguaci un altissimo livello morale, caratterizzato da rettitudine, buona volontà verso tutte le istituzioni della società, amicizia e solidarietà con tutti gli essere umani, indipendentemente dalle loro condizioni, possano «diffondere corruzione sulla terra».
La data del processo non può comunque essere ancora considerata certa, perché era già stata fissata per l’11 luglio u.s. e poi era stata rimandata. E la tattica di stabilire una data per un processo e poi rimandarla è abituale in Iran. Inoltre a uno dei familiari dei prigionieri bahá’í è stato detto che il presidente del Tribunale è in ferie e non ritornerà prima del 21 agosto.
L’Ufficio stampa
dell’Assemblea Spirituale Nazionale
dei Bahá’í d’Italia

La notizia si è ormai diffusa nel mondo. È stata inizialmente diramata il 12 agosto dal Baha’i World News Service , poi il 13 agosto dal CNN, e infine il 15 agosto dal Reuters (India).

Il processo dei sette prigionieri bahá’í, trattenuti da oltre un anno nella famigerata prigione Evin di Teheran, dovrebbe essere celebrato martedì 18 agosto alle 9 del mattino dalla sezione 28 della Corte rivoluzionaria di Teheran, la stessa che lo scorso maggio ha processato la giornalista iraniano-americana Roxana Saberi.

La notificazione ufficiale delle autorità, datata 15 luglio, è stata ufficialmente recapitata all’avvocato Abdolfattah Soltani, uno dei legali dei sette prigionieri. L’avvocato Soltani, noto esperto in diritti umani e membro fondatore del Centro dei difensori dei diritti umani di Teheran, fondato dal premio Nobel Shirin Ebadi, si trova anche lui in carcere Evin di Teheran dal 16 giugno u.s. La signora Ebadi, un altro dei difensori dei sette prigionieri, si trova all’estero. La difesa sarà assunta da un altro legale del Centro per i diritti umani, la signora Mahnaz Parakand.

La notificazione della data del processo a un avvocato lui stesso detenuto, mentre un altro difensore, la signora Ebadi, si trova all’estero fa capire che le autorità iraniane, che già non hanno mai consentito ai prigionieri di incontrare i loro difensori, non hanno alcuna intenzione di rispettare i criteri internazionali di un giusto processo, come non li stanno rispettando nei numerosi processi celebrati in queste settimane contro dissidenti arrestati dopo le recenti elezioni presidenziali in Iran. In molti casi i processati sono stati torturati e le loro confessioni estorte con la tortura sono state usate per condannarli in processi, che sono stati quasi sempre una farsa.

I sette prigionieri bahá’í che dovrebbero essere processati martedì prossimo sono la signora Fariba Kamalabadi, il signor Jamaloddin Khanjani, il signor Afif Naeimi, il signor Saeid Rezaie, la signora Mahvash Sabet, il signor Behrouz Tavakkoli e il signor Vahid Tizfahm (nella foto: I sette «dirigenti» bahá’í con i consorti, prima dell’arresto).

sette-prigionieri-bahai-iran

Sei di loro sono stati arrestati il 14 maggio 2008 nelle loro case a Teheran. Solo la signora Sabet è stata arrestata il 5 marzo 2008 mentre si trovava a Mashhad. Essi sono i membri di un gruppo ad hoc noto come Yárán (Amici in Iran), che era stato nominato dopo che, nel 1983, tutte le istituzioni bahá’í si erano sciolte in segno di buona volontà quando il procuratore generale le aveva, ingiustamente, messe al bando. Il gruppo serviva a gestire le necessità spirituali e amministrative minime della comunità. È stato fondato informandone le autorità e ha sempre mantenuto con loro un rapporto chiaro e aperto.

Le autorità erano anche informate dei rapporti fra gli Amici in Iran e il Centro Mondiale Bahá’í a Haifa. Anche questo gruppo si è sciolto, in segno di buona volontà verso il governo della Repubblica Islamica dell’Iran, non appena il procuratore generale dell’Iran l’ha messo al bando nel febbraio 2009.

Le iniquità commesse contro i sette prigionieri bahá’í sono numerose. I sette sono stati trattenuti senza accuse formali e senza la possibilità di mettersi in contatto con i loro legali nella prigione Evin di Teheran.

L’11 febbraio 2009 la nota agenzia di stampa degli studenti iraniani ISNA ha annunciato che il vice pubblico ministero di Teheran, Hassan Haddad, aveva dichiarato che i sette prigionieri erano stati imputati di «spionaggio a favore di Israele, insulti contro la santità della religione e propaganda contro la repubblica Islamica» e che il caso sarebbe stato sottoposto la settimana successiva alla Corte rivoluzionaria. Sebbene l’istruttoria contro di loro si sia conclusa da diversi mesi, i sette bahá’í sono stati trattenuti in carcere. Sono state esercitate pressioni su di loro perché scegliessero altri avvocati difensori.

Non è stato accettato il pagamento di una cauzione per permettere loro di ritornare in libertà, mentre attendevano il processo, secondo quanto prevede la Costituzione del Paese. Anzi, le restrizioni nei loro confronti sono aumentate. I cinque uomini sono stati trattenuti in una cella di dieci metri quadri, priva di letti. Le visite dei familiari, già molto brevi, sono state consentite solo attraverso una parete di vetro e con l’uso di un citofono.

In Iran le persecuzioni contro i seguaci della Fede bahá’í hanno precedenti storici di antica data. Questa Fede è stata immediatamente perseguitata, subito dopo i suoi inizi nel 1844. Una delle più feroci repressioni si scatenò proprio alla metà di agosto del 1852, in seguito a un fallito attentato contro lo Scià avvenuto il 15 agosto 1852 e ingiustamente attribuito a un complotto di seguaci di quella Fede. In quei giorni, che Ernest Renan definì «senza pari nella storia del mondo», furono trucidate fra le dieci e le trenta mila persone. Le persecuzioni sono perdurate con alterne vicende per tutti questi anni, aggravandosi alquanto dopo la Rivoluzione islamica in Iran.

I bahá’í sono accusati di essere agenti dello stato di Israele in Iran. Quest’accusa, che incominciò a circolare nel Paese negli anni ’30, trae origine dal fatto che il Centro spirituale e amministrativo di questa Fede si trova in Terra Santa, senza tener contro del fatto che la ragione per cui quel Centro si trova in Terra Santa è perché le autorità musulmane stesse hanno esiliato in quella terra il suo Fondatore, Bahá’u’lláh, nel 1868, quando lo stato di Israele non era ancora nato.

I bahá’í sono accusati di offendere la santità della religione. Ma chiunque legga i loro Scritti, vedrà che il Corano, Muhammad e i più santi personaggi dell’Islam, come ‘Alí, cugino e genero del Profeta, sono rispettati e venerati.

I bahá’í sono accusati di essere nemici della Repubblica Islamica. Ma chiunque conosca la Fede bahá’í sa che uno dei principiali insegnamenti cui i bahá’í sono tenuti a conformarsi è l’astensione da qualsiasi attività politica di parte.

Inoltre il volontario scioglimento delle Istituzioni bahá’í nel 1983 e poi del gruppo degli Amici in Iran nel 2009, non appena il procuratore generale dell’Iran li ha messi al bando, e l’ottimo comportamento di tutti i bahá’í del Paese nei confronti del loro governano dimostrano l’infondatezza di questa accusa.

Un’ulteriore gravissima accusa che è stata ventilata contro questi sette credenti è quella di «diffondere corruzione sulla terra», in persiano «Mofsede fel-Arz», un’accusa che secondo il codice penale della Repubblica Islamica dell’Iran può comportare la pena di morte. Ma anche in questo caso non si vede come credenti di una Fede che richiede ai suoi seguaci un altissimo livello morale, caratterizzato da rettitudine, buona volontà verso tutte le istituzioni della società, amicizia e solidarietà con tutti gli essere umani, indipendentemente dalle loro condizioni, possano «diffondere corruzione sulla terra».

La data del processo non può comunque essere ancora considerata certa, perché era già stata fissata per l’11 luglio u.s. e poi era stata rimandata. E la tattica di stabilire una data per un processo e poi rimandarla è abituale in Iran. Inoltre a uno dei familiari dei prigionieri bahá’í è stato detto che il presidente del Tribunale è in ferie e non ritornerà prima del 21 agosto.

L’Ufficio stampa
dell’Assemblea Spirituale Nazionale
dei Bahá’í d’Italia

giornata dei diritti baha’i

10 luglio, 2009

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L’agenzia di stampa Iran Press Watch pubblica costantemente su Internet notizie sulla situazione dei bahá’í in Iran, ha proclamato l’11 luglio «giornata dei diritti bahá’í».

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La giornata dei diritti bahá’í vuole far conoscere le violazioni dei diritti umani perpetrate contro la comunità bahá’í. Da decenni ormai i bahá’í in Iran e in Egitto non hanno un minuto di tregua da una costante persecuzione. Case bahá’í saccheggiate, bahá’í arrestati e incarcerati, diritti civili negati, cimiteri bahá’í profanati, studenti bahá’í espulsi dalle università e negozi e uffici bahá’í fatti chiudere sono solo alcuni degli aspetti della crociata lanciata contro i bahá’í. La data ha un significato, perché il processo dei sette dirigenti bahá’í iraniani, arrestati nella primavera del 2008, è previsto per l’11 luglio 2009, a cura del Ramo 28 del Tribunale rivoluzionario.

Lettera aperta contro la repressione dei Baha’i in Iran

25 febbraio, 2009

icn-news-logo

 

 

Ecco la parte iniziale dell’articolo pubblicato su ICN-NEWS.com sulla violazione dei diritti umani dei baha’i in Iran. 

Egregi colleghi,224 intellettuali iraniani hanno sottoscritto una “lettera aperta” contro la sistematica violazione dei diritti umani, dei Bahá’í in Iran.

mappa delle persecuzioni dei baha'i in Iran nel periodo 1979-2004

mappa delle persecuzioni dei baha'i in Iran nel periodo 1979-2004

Tra gli intellettuali – sottoscrittori del documento – ci sono accademici, scrittori, artisti, giornalisti e uomini di cultura, tutti di origine iraniana, impegnati nel sociale e residenti, in alcuni casi, in più parti del mondo. Nel testo in questione si esprime solidarietà alla Comunità Bahá’í iraniana, da anni perseguitata dal Governo islamico di quel Paese mediorientale.

Al riguardo il Premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi fa sapere che in questo momento sta difendendo, lei personalmente, una causa che «riguarda alcuni iraniani di religione Bahá’í, che purtroppo sono privati di tutti i diritti civili e sociali». Per questa ragione il regime iraniano ha diffuso la notizia che sua figlia è Bahá’í. Lei ha smentito la notizia, precisando che né lei, né la sua famiglia Bahá’í, ma che crede, comunque, nella libertà religiosa e per questo difende i Bahá’í.

La Comunità Internazionale Bahá’í ha risposto alla “lettera aperta”, con questo articolo sul suo sito on line.

Mentre l’Unesco dichiara i luoghi sacri dei bahá’í patrimonio mondiale dell’umanità in Iran aumentano le persecuzioni

19 agosto, 2008

PARIGI – I bahá’í , adepti di una religione monoteista perseguitata in Iran, hanno vinto una lunga battaglia: i loro due luoghi sacri che si trovano in Israele sono stati iscritti nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. Il comitato ad hoc ha ritenuto che i due siti abbiano «un valore universale eccezionale».

Si tratta di luoghi di pellegrinaggio circondati da giardini, con le tombe dei fondatori della fede bahá’í , Bahá’u’lláh e il Báb . Il primo è nel nord di Israele nei pressi di San Giovanni d’Acri, città già iscritta nel patrimonio mondiale, il secondo si trova sulle pendici del monte Carmelo ad Haifa. Cipressi, olivi, gelsomini, cascate e fontane, edifici che mescolano armoniosamente l’architettura orientale e occidentale, ne fanno meta non solo dei fedeli ma anche di turisti.

La tomba di Bahá’u’lláh ha per i bahá’í lo stesso valore del muro di Gerusalemme per gli ebrei e della Kaaba alla Mecca per i musulmani.
La religione bahá’í fu fondata a metà del 1800 in Persia. Bahá’u’lláh venne mandato in esilio a San Giovanni d’Acri che all’epoca faceva parte dell’impero ottomano e vi morì nel 1892.

Il Báb fu giustiziato in Iran nel 1850, e centinaia dei seguaci trucidati e i suoi resti vennero successivamente trasferiti ad Haifa. 
Oggi i bahá’í sono oltre sei milioni, rappresentanti 2100 gruppi etnici, razze e tribù in 233 paesi. In Italia sono circa tremila. Secondo gli scritti di Bahá’u’lláh, esiste un solo Dio, un solo genere umano, e tutte le religioni sono stadi della rivelazione della volontà e dei progetti di Dio per l’umanità: perciò tutti i popoli devono essere uniti in una società globale pacifica e integrata, facendo crollare tutte le barriere di razza, credo, classe, fede e patria.

La religione bahá’í non prevede gerarchie ecclesiastiche, promuove la giustizia sociale e predica tra l’altro la totale parità tra uomo e donna, ed è messa al bando in Iran, dove decine di seguaci sono stati incarcerati, perseguitati e molti hanno perso la vita. 
È di qualche giorno fa un appello di sei premi Nobel al regime degli ayatollah per la liberazione immediata di alcuni bahá’í.

Albert Lincoln, Segretario generale della Comunità Internazionale Bahá’í con sede a Haifa

Anche in altri paesi musulmani i bahá’í non sono visti di buon occhio, ma sono generalmente più o meno tollerati. 
Secondo Albert Lincoln, Segretario generale della Comunità Internazionale Bahá’í con sede a Haifa, il recente arresto in Iran di alcuni leader Bahá’í non è che l’ultimo di una serie di incidenti a carattere persecutorio che sono andati crescendo dall’inizio del 2008.

“L’ultimo fatto è solo la cresta dell’onda – afferma Lincoln – non è che la punta dell’iceberg”.
Lincoln dice che negli ultimi mesi si sono registrati numerosi incidenti – roghi dolosi, intimidazioni, sequestri di persona, pestaggi – ai danni della comunità Bahá’í che, in Iran, conta circa trecentomila persone. “Case e negozi sono stati bruciati o abbattuti coi bulldozer, le persone vengono picchiate e rapite, i cimiteri Bahá’í vengono arati, e membri della comunità Bahá’í , che per decenni hanno lavorato alle dipendenze dello Stato iraniano ed ora sono in pensione, si vedono chiedere la restituzione della pensione che hanno ricevuto.

Adesso c’è stato quest’ultimo incidente, l’imprigionamento di sette nostri esponenti che rappresentavano la principale fonte di notizie su quanto va accadendo laggiù. A quanto pare, i funzionari iraniani non vogliono che si venga a sapere della persecuzione in atto”. 
Anche il Dipartimento di Stato Usa ha condannato l’arresto dei sei leader della comunità Baha’i iraniana – Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm, e la perdurante detenzione di un settimo esponente, la signora Mahvash Sabet.


I Bahá’í sono perseguitati in Iran per via della loro fede in Mirza Husayn Ali (1817-1892), considerato profeta, e noto come Bahá’u’lláh (in arabo, “Gloria di Dio“). Questa concezione religiosa, originata per giunta in un paese storicamente profondamente islamizzato, è considerata blasfema ed inaccettabile dall’Islam. Ed è inoltre ritenuta pesantemente offensiva nei confronti del Profeta Maometto. Infine le autorità iraniane ritengono i Bahá’í esplicitamente sionisti.

Il centro mondiale dei Bahá’í si trova adesso a Haifa, vicino alla sua tomba. Secondo il credo Bahá’í, i fedeli non possono nascondere la propria fede, cosa che permette di individuarli facilmente.
Lincoln afferma che uno dei principi cardine della fede Bahá’í è quello di essere leali verso lo Stato di cui si è cittadini. “Sebbene la fede Bahá’í sia contraria a portare armi, il dovere civico fa premio sulla nostra avversione per ogni forma di violenza.

Noi crediamo nell’ordine e nell’ubbidienza, ed è così che si comportano anche i nostri membri in Iran”.
Lincoln ricorda che la comunità Bahá’í patisce da tempo varie forme di persecuzione. Tuttavia, non vi è stato nessun esodo di massa. “Noi incoraggiamo i nostri membri a restare, per garantire una massa critica che protegga se stessa dalla persecuzione – spiega – E poi l’Iran è la culla della nostra fede”.

Via libera dai mullah per uccidere Shirin Ebadi?

14 agosto, 2008

 

 

 

 

La denuncia prende spunto dall’accusa lanciata da fonti ufficiali che il premio Nobel per la pace sia divenuta Bahai. Ciò, per il Codice penale iraniano, la rende meritevole di morte e chi la uccidesse non verrebbe punito.

Teheran (AsiaNews) – E’ in pericolo la vita di Shirin Ebadi, l’iraniana premio Nobel per la pace nel 2003, finora impavida nel denunciare l’oppressione dei diritti umani nel suo Paese. L’allarme viene da Rooz, sito di esuli iraniani, che lo desume dalla “denuncia” fatta giorni fa dall’agenzia ufficiale Irna, che la Ebadi e sua figlia, studente nella McGill University in Canada, stanno aderendo ai Bahai. I Bahai sono un gruppo religioso considerato una sorta di eresia islamica e perseguitato.

L’accusa, secondo Rooz, è una trappola che in realtà nasconde il disegno di provocare la morte della donna o, quanto meno, di spaventarla a tal punto da farle cessare la sua attività a favore dei diritti umani, o lasciare il Paese.

La spiegazione viene data sulla base del Codice penale iraniano. L’articolo 226 prevede che l’uccisione di una persona è sottoposta al ‘Ghesas’, ossia alla punizione dovuta, “solo se la vittima non era meritevole di morte sulla base della Sharia, e se la vittima meritava la morte, l’assassino deve provarlo in tribunale”. Ora, come è noto, per la legge islamica l’apostata, ossia chi abbandona l’islam, merita la morte. E la conversione alla fede Bahai pone la Ebadi in tale condizione.

Non basta. Un’appendice dell’articolo 295 dello stesso Codice prevede che se una persona ne uccide un’altra in quanto sospetta che la vittima meriti la morte, e ciò è provato in tribunale, qualora in seguito si chiarisca che non lo meritava, l’assassinio è considerato accidentale (colposo) e l’autore deve pagare solo il “debito di sangue”, ossia risarcire la famiglia. Se invece l’assassino prova che la vittima meritava la morte, non deve pagare neppure il “debito di sangue” e non va incontro ad alcuna pena.

E’ alla luce di tali norme che l’articolo deduce in primo luogo che “vogliono convincere forze ignoranti della necessità di uccidere Shirin Ebadi. Ogni musulmano che le toglie la vita non sarà punito e forse andrà in paradiso”. In secondo luogo”vogliono spaventarla perché abbandoni ogni attività a favore dei diritti umani o anche lasci il Paese”.

(comunicato stampa) Dal mondo Bahá’í: recrudescenza delle persecuzioni in Iran

18 febbraio, 2008

Grande scalpore ha destato, a livello internazionale, la notizia annunciata in maniera ufficiale – dopo anni di colpevole silenzio – dal portavoce giudiziario di Teheran, Alí-Reza Jamshidi, delle condanne comminate a 54 cittadini di Shiraz, fedeli della religione Bahá’í, che per venti mesi sono stati costretti al carcere preventivo, con l’accusa di avere insegnato, in maniera indiretta, la loro Fede e che ora sono stati condannati, in via definitiva, fino a quattro anni di reclusione ed alla sospensione, per un anno, dai loro incarichi lavorativi.Tutto questo in perfetto dispregio dell’articolo 18 della Dichiarazione dei Diritti Umani, che ha validità legislativa nei Paesi che l’hanno firmata – incluso l’Iran – nella quale si sostiene che “ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o (…) in pubblico (…) la propria religione o il proprio credo (…).”.

Nelle circostanze specifiche i 54 Bahá’í, imprigionati a Shiraz a partire dal maggio 2006, sono accusati di avere insegnato la loro Fede, sotto la copertura di progetti di sostegno sociale: uno dei quali è stato condotto nell’ambito del programma denominato “Protezione dei diritti dei bambini di Shiraz”, che è stato regolarmente registrato presso il Ministero dell’Interno.

Si tratta, dunque, di accuse infondate. I progetti incriminati non hanno mai incluso, infatti, l’insegnamento della Fede Bahá’í, né i partecipanti si sono mai impegnati nel fare propaganda anti-regime, come invece è stato dichiarato da un funzionario di governo.

Del resto, il programma adottato dai Bahá’í, nelle loro iniziative sociali, era stato presentato, in precedenza, al Consiglio Islamico della città di Shiraz, perché le autorità lo conoscessero e per ottenere, da esse, il permesso di continuare nell’esecuzione del progetto stesso. Nel programma, in questione, erano impegnati non soltanto i Bahá’í, ma anche alcuni Mussulmani del posto.

Si tenga presente che la richiesta dei Bahá’í è stata approvata – dopo essere stata visionata dalla Commissione Culturale – ed un’autorizzazione scritta è stata, persino, consegnata al gruppo. Il permesso includeva riferimenti al materiale utilizzato nei programmi e nessuno ha sollevato il problema della religione di appartenenza dei membri del gruppo, che prestava, in quella maniera, servizio civile tra i bambini disagiati dei sobborghi di Shiraz.

Occorre, inoltre, rimarcare che mai nessuna segnalazione è stata inoltrata alle autorità giudiziarie, da parte dei genitori e dei parenti dei bambini, nella quale si esprimesse la preoccupazione per la religione di appartenenza di quanti erano impegnati nell’educazione di loro fanciulli. Solo dopo l’ingiusto arresto dei 54 Bahá’í – con le condanne ufficiali che sono scaturite nei giorni scorsi – le autorità hanno iniziato a fare distinzione tra i Mussulmani ed i Bahá’í, coinvolti nelle iniziative.

Notizia a cura del Dipartimento Relazioni Esterne e dell’Ufficio Stampa Bahá’í

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