Anniversario della Dichiarazione del Bab

Sono trascorsi centosessantaquattro anni da quando l’inventore e pittore statunitense Samuel Finley Breese Morse (Charleston 1791 – Poughkeepsie 1872) lanciò dal Palazzo del Campidoglio in Washington (diretto al quartiere generale delle Ferrovie B&O di Baltimora) il primo messaggio telegrafico, in punti e linee. “Ciò che Dio ha scritto” – “What hath God written” erano le parole contenute in quel primo telegramma della storia, trasmesso il 24 maggio del 1844. Si tratta di una frase straordinaria, tratta dal libro dei Numeri della Bibbia, che aprì le comunicazioni di massa – come sostenne il sociologo americano Marshall Mc Luhan – ad una nuova epoca: ovverosia all’era elettrica, che sostituiva, di fatto, la passata età meccanica della trasmissione delle informazioni dell’individuo che era stata inaugurata, quattrocento anni prima, dal tipografo tedesco Johann Gutenberg con la scoperta, avvenuta nel 1439, della stampa a caratteri mobili.Con il primo messaggio cifrato, trasmesso attraverso impulsi elettrici, nacque nel mondo quello che Marshall Mc Luhan definì il “villaggio globale” perché caratterizzato da un afflusso continuo di notizie. Vero è che i primi a giovarsi della scoperta del telegrafo furono proprio i giornali, che attraverso questo sistema furono in grado di ricevere, in tempo reale, le informazioni provenienti dai loro corrispondenti residenti in città e luoghi distanti diverse centinaia di chilometri dalla sede di pubblicazione del foglio di notizie.

Immediatamente dopo, a seguire, anche le comunicazioni individuali e commerciali si giovarono di questa scoperta fatta da un inventore di grande sensibilità artistica e genio creativo come Samuel Morse che solo tredici anni prima della sua invenzione risedette, per circa un anno, a Roma trovando qui spunto per i suoi dipinti e forse anche le motivazioni spirituali che lo spinsero, in seguito, a adoperare la frase “Ciò che Dio ha scritto” in quel primo messaggio del telegrafo. Egli lasciò l’Italia nel 1831 a causa dei moti rivoluzionari che si erano verificati nello Stato Pontificio. La sua figura è fissata in un affresco di un artista italiano, Costantino Brumidi, che si trova nella sala rotonda del Campidoglio di Washington.

Il 1844 fu un anno assai ricco di eventi destinati a far cambiare alla storia il suo pigro corso. È come se un nuovo spirito aveva permeato – sostiene lo scrittore Bahá’í americano, William Sears – la letteratura, la musica, l’arte, l’educazione, la medicina e le invenzioni. Fu da quel momento in poi – ricorda sempre William Sears – che l’umanità iniziò a ragionare, in maniera sempre più vasta ed estesa, sui diritti delle donne, sull’istruzione universale, sull’abolizione del lavoro minorile e sull’emancipazione degli schiavi. Senza nulla togliere, inoltre, alla pittura che in quella seconda metà dell’Ottocento scoprì la lucentezza e la luminosità, attraverso l’Impressionismo francese. Quelli furono anche gli anni della scoperta della fotografia, in grado di catturare pienamente la luce e di fissare, in maniera permanente, l’immagine nella storia.

L’aspetto assai singolare che dovrebbe far riflettere – secondo i credenti della Fede universalista Bahá’í – è che nel momento in cui accadeva tutto questo e si ponevano le basi strutturali dei grandi mutamenti della società (fino ad arrivare alla molteplicità di meraviglie che caratterizzano i giorni nostri) si manifestava nel mondo un gigantesco rinnovamento spirituale: che da allora, in poi, avrebbe iniziato a produrre una progressiva trasformazione delle coscienze umane che – secondo i Bahá’í – è tuttora in atto. A far da pietra angolare di questo processo di trasmutazione della società sono state quelle che lo scrittore Augusto Robiati definiva come le forze della luce. E tra loro, la prima, fu quella del Báb, al secolo Siyyid ‘Alí-Muhammad (Shíráz 1819 – Tabríz 1850): il quale, il 23 maggio del 1844, nella sua città natale, a Shíráz, proclamò al Suo primo discepolo, Mullá Husayn-i-Bushurù’í (appartenente al movimento Shaykhí) di essere Colui Che era ispirato da Dio per annunciare la venuta, di lì a breve, di Colui Che Dio avrebbe reso manifesto, il Sempiterno, che la storia insegna avrebbe assunto il nome di Bahá’u’lláh (Teheran 1817 – Akka 1892).

Con la proclamazione del suo mandato divino, il Báb – affermano i Bahá’í – si fece, di fatto, foriero sia della realizzazione, nel mondo, di quell’evangelico Regno di Dio che cambierà – stando alle profezie cristiane – il volto della terra in un giardino di pace e sia della venuta di quel biblico Giorno del Giudizio o Giorno del Signore (ebraico: jom JHWH) che pone tutti gli esseri umani nella condizione di dover scegliere tra la resurrezione spirituale (e quindi tra l’accettazione del Cristo tornato nella Gloria del Padre, in una nuova Manifestazione di Dio) e la continuazione pedissequa della propria esistenza terrena. Nel discorso fatto il 23 maggio 1844 a Mullá Husayn (umile, ma assai devoto studente persiano) il Báb disse: “In verità, in verità, è sorta l’alba di un nuovo Giorno. Il Promesso si è insediato nel cuore degli uomini”. E quindi, a seguire, egli rimarcò non solo l’adempimento del Dì del Giudizio, ma anche l’inizio di un processo di restaurazione spirituale che, attraverso la sua rivelazione profetica, avrebbe portato alla venuta di Colui Che Dio avrebbe reso manifesto, ovverosia al ritorno di Gesù, nella Figura di Bahá’u’lláh. Tutto questo nell’osservanza – affermano ancora i Bahá’í – di quella visione che, nel Vecchio Testamento, fu di Malachia: il quale rese noto di un ritorno dello spirito che fu del profeta Elia, al momento della conclusione del ciclo adamico dell’umanità. Orbene, secondo i Bahá’í, il Báb rappresenta, appunto, questo ritorno d’Elia ed a riprova di tutto ciò pongono il fatto che i suoi resti mortali giacciono adesso sul Monte Carmelo, non distante dalle grotte dove visse Elia.

Sta di fatto, affermano i Bahá’í, che da quel 23 di maggio del 1844 (per l’esattezza storica: due ore ed undici minuti dopo il tramonto del 22 di maggio) il pianeta è assai cambiato, a rimarcare le parole del Báb che quella sera disse: “Questa notte, questa stessa ora, nei giorni avvenire, sarà celebrata come una delle feste più grandi e più significative”. Secondo i Bahá’í una conferma indiretta in tal senso, da non sottovalutare in maniera assoluta, è l’atto compiuto, il giorno dopo, da Samuel Finley Breese Morse: un ignaro cronista che, in linee e punti, comunicò al mondo la frase biblica: “Ciò che Dio ha scritto”.

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Una Risposta to “Anniversario della Dichiarazione del Bab”

  1. L’esecuzione del Bab e di altri religiosi eretici « La Fede Baha’i in Italia Says:

    […] The prophet Bab himself told his disciples that the road to Paradise lay through the chamber of torture. If this be true, there is no denying it that the present Shah is very kind to the Babis, for he does his best to send them to heaven. His last decree treats of the utter extermination of the heretics. Now, considering the peculiar character of Oriental ethics, nobody could find fault with the Persians if the poor sectarians were simply and quickly put to death, but the manner in which the capital sentence is executed, the circumstances which precede the last blow, the torments which consume the body until life ends in a last horrible convulsion – these are so revolting that the very thought makes one’s blood run cold. Countless blows falling hard and fast on the backs and the feet of the unfortunates, and the singeing of the limbs with redhot irons, are mere commonplace torments, and he to whom they are applied may thank God for being treated so leniently. But look at those wretches, who, with their eyes put out, are compelled to eat their own ears, which have been cut off, and to eat them raw. Look at others, whose teeth have been broken out by the hands of the executioner offering their bare heads to the hammer which is to break their skulls. Or look at the woful spectacle of the bazaar, lighted up by heretics, whose breasts and shoulders are drilled through and made to contain burning candles. I have seen them marching through the bazaar with a band of music preceding them. Some of the candles were burnt down, and the wick and grease burnt right in the quivering flesh. Nor are these the only torments which the inventive cruelty of the Orientals has devised. They take the Babis, skin the soles of their feet, shoe them as they would shoe a horse, and after this they compel the victims to run a race. I shall never forget the scene. Not a groan had escaped him; he had borne the worst torment in gloomy silence, but now they ordered him to rise and run ; he makes an attempt, but the flesh is weaker than the mind-he staggers and falls! For mercy’s sake, give him the coup de grace, and make an end of it. No; the executioner flourishes the knout, it comes down upon the quivering feet, he leaps up, he rushes forward, and runs. That is the beginning of the end. The end itself is that the scarred, mutilated body is hung to a tree by one foot and one hand, with the head downwards, and then every person may have a shot at it. I saw bodies literally torn to pieces by not less than 150 bullets. Fortunate are those who are strangled, stoned, or suffocated; fortunate, too, are those who are tied to a cannon, or who fall under the sword, the dagger, the hammer, or the club. Not only the executioners, but also the populace, take part in this butchery. The judges now and then present some Crown officer or dignitary with a few Babis, and the Persian feels delighted and honoured by shedding the blood of a gagged and defenceless man. The infantry, cavalry, artillery, the King’s guards, the guilds of the butchers, bakers, etc. – all took part in the bloody scenes. A certain Babi was sent as a present to the officers of the garrison; the commanding general had the first cut at him, and the other officers followed, each with his sword, according to rank and seniority. The Persian troops are butchers, but not warriors. One Babi was sent to the Imaum Giume, who killed him offhand. The Islam has no notion of charity. After their death, the bodies of the Babis are cut into halves, and either nailed to the gates or thrown out to the dogs and shakals – Kölner Zeitung […]

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